in guate, resti maya

L’arrivo in Guatemala non poteva essere migliore.

Attraversando diagonalmente il fiume ci ritroviamo a Bethel, piccolissimo villaggio in mezzo alla selva con nebbiolina e pontile di fango, che accoglie i nuovi arrivati con un giovane, alto, smilzo e dagli occhi verdi, che con lenta pacatezza ti spedisce a Flores. Già dal viaggio in autobus ci sentiamo sollevati rispetto agli autobus claustrofobici del Messico. Enormi finestrini scassati e aperti, aria vera e non aria condizionata, facce più dolci.

La Flores, amata da Carlo già 5 anni fa, in mezzo al lago Peten Itza, si ripresenta forte e accogliente; infatti, dopo la caduta delle grandi città-impero, qui si rifugiarono gli ultimi Maya della zona, prima dell’arrivo di quei simpaticoni degli spagnoli…

La mattina alle 4.30 partiamo per Tikal. Mandingo, che non è un pornostar o forse sì, ma un giovane di diciannove anni, padre di una bambina di 4 mesi, è la nostra guida. Autodidatta, ci mette circa un anno per leggere un testo su quanto resta dei Maya, ma in sole tre ore riesce a dare un senso a tutto quello che calpestiamo, con tanto di citazioni in Maya-Quichè e aneddoti relativi alla guerriglia che ha vessato gli indigeni (il 65% della popolazione del Guatemala) dal 1960 al 29 dicembre del 1996. Mandingo ci riconferma che 21.12.2012  non rappresenta la fine di un bel niente, ma l’inizio di un nuovo ciclo del calendario Maya e ci si auspica l’inizio di un cambiamento della coscienza mondiale.

In mezzo alla giungla, Tikal è di una bellezza mozzafiato. Qui i “resti maya” sono mezzi sepolti, ma continuano a vivere di una forte energia e di rituali tuttora infuocati. Allo stesso modo i guatemaltechi, sotto gli stracci occidentali “Abercrombie”, i cappellini da baseball o i chili di gel, fanno intuire il loro vero colore.

Non si possono ignorare le enormi disgrazie naturali e le ingiustizie sociali che da sempre si portano dentro: dai terribili terremoti alle alluvioni apocalittiche,  per poi aggiungersi la così famigerata e attuale “Repubblica delle Banane” (negli anni ‘50 la CIA organizzò un colpo di stato per favorire gli interessi delle multinazionali USA, in primis la United Fruit Company) e le svariate elezioni sanguinarie. In un posto così drammaticamente depredato, trovano terreno fertile ONG e associazioni di volontariato, che rendono il Guatemala un paese ricco di opportunità concretissime per chi mai avesse la malsana idea di fare qualcosa di utile per gli altri, e forse per tutti.

Ci spostiamo alla magica Semuc Champey. Fare il bagnetto nelle pozze turchesi sguisciando e tuffandosi su e giù per le rocce è da brividi, all’arrivo ci si sente un po’ carne turistica da macello, sballottati e stipati in pickup  scomodissimi, ma ne vale la pena.

Tiriamo diritto attraversando Coban, in montagna, passando da stradine infangate a stradine franate. Ogni tanto la spazzatura, stile Battipaglia, disturba lo sguardo, e ancor di più lascia stupiti e incazzati dover assistere al lancio della bottiglia dai finestrini dei bus, e il nostro stesso restare ammutoliti dalla convinzione che una nostra critica non potrebbe essere mai capita. Evidentemente i cumuli di spazzatura infastidiscono solo gli stranieri.

Ci stiamo dirigendo a Nebaj, ma intermezziamo il viaggio con una sosta a Uspantan, poco turistico, ma realmente maya. Dormiamo nell’hotel più economico della storia, a 3.90 euro a notte, scarafaggi inclusi. Al nostro rientro serale ritroviamo gli ospiti, tutti maya, in fila, seduti il seggiole di plastica, davanti alla tv…sembra di rivedere i cortili italiani degli anni ’50.

Al risveglio ci catapultiamo in un minibus, impeccabilmente puntuale, come solo i guatemaltechi riescono ad essere.

Il minibus non è diretto, ci lascia in mezzo ad un incrocio, apparentemente abbandonati, tra le montagne Chuchumatanes, ma in cuor nostro sappiamo che presto arriva il prossimo. Detto fatto, un microbus da 12 posti con 28 passeggeri, ci consegna a Nebaj.

Rumorosa e laboriosa è una delle tre città del Triangulo Ixil, dove la guerra civile ha mietuto il maggior numero di vittime.

Non possiamo quindi esimerci dal tentativo di avvicinarci di più alla storia che ha segnato questa zona. Ci procuriamo la guida “Trekking en la  Region Ixil” che per filo e per segno, dopo 2ore, ci porta ad Acul, primo polo di “sviluppo” fondato nel 1981 per tentare di ingabbiare e controllare i movimenti della popolazione Maya durante la guerriglia. Sembra di essere in un angolo delle nostre Alpi, tanto che ci ritroviamo, un po’ scomodi, a comprare del formaggio stagionato in una delle due fattorie che due fratelli italiani hanno fondato negli anni trenta. Fattorie di lusso diremmo noi, dove dobbiamo suonare, vergognandoci, un campanellino per chiamare la cameriera maya e dove sembra arrivino anche gli elicotteri di famiglie benestanti guatemalteche…e dove purtroppo, solo dopo aver pagato, ci rendiamo conto a distanza che le galline sono allevate in gabbia.

Prima di lasciare Nebaj incontriamo i nostri simpatici colleghi bloggers francesi, una coppia di mezza età, che non è poi così diversa da noi. A cena, davanti ad un caminetto, ci passano il numero di telefono di un certo Domingo…

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