lo scotto argentino

Non sappiamo se essere vittima d’incidenti domestici (se l’autobus diventa la tua casa), fa parte di un ciclo naturale di un viaggio che sta volgendo al termine o se è lo scotto da pagare, resta che da quando abbiamo lasciato Salta, tutto si è mosso tra dolori e acciacchi tali da renderci molto molto flemmatici.

Dopo un’indecisione indecifrabile rispetto alla pianificazione dei successivi quindici giorni alla prima parte di Buenos Aires, arriva il momento più coreografico e drammatico del viaggio.

Siamo in bus, mancano quattro ore a Mendoza, ne abbiamo già fatte tredici di ore, la stanchezza si sente e il livello di attenzione si abbassa. Fare l’equilibrista sugli autobus in corsa non è mai stato il talento di Carlo, ma con un caffè bollente in mano si può dire che è negato anche da seduto. Così, stando alle sue spalle intravedo dei movimenti inconsulti, quasi da break dance, e sento urla strazianti…il caffè che ribolle da tredici ore gli si versa e si accomoda per ben 15 secondi nella scarpa.

Il danno è piuttosto grave e ci accompagna da adesso in poi in ogni spostamento.

Arriviamo a Mendoza, ma la città non ci vede neppure per due minuti, giusto tre giorni di riposo per entrambi. La simbiosi di questo anno è tale che non riesco neppure a prendere una bicicletta e farmi qualche degustazione qui nella città del vino argentino. Stanchi del posto, abbiamo bisogno di cambiare aria. Ci dirigiamo verso il confine con il Cile, ai piedi dell’innevato Aconcagua con i suoi 6962 metri. Puente del Inca è la nostra meta, come quella di tanti camminatori e alpinisti. Il ponte di roccia d’oro per le acque sulfuree del Rio de Las Cuevas, resta lì a farsi guardare tra bancarelle di artesanias inguardabili.

Qui una breve camminata non affatica la ferita di Carlo e ci avvicina al Cerro di qualche chilometro.

Giusto una notte sotto le quattro coperte spelacchiate alla vecchia stazione dei treni riconvertita in un ostello, e via verso Cordoba che immaginiamo viva, intellettualmente sorprendente, un respiro europeo di quello che ci piace. Arrivati, però, non ci sentiamo pronti per la città e viriamo verso la Sierra centrale a tre ore da qui; un paradiso di lagune, fiumi, montagne desertiche e anche tatissimo verde. Ci fermiamo a Mina Clavero in un ostello gestito da una famiglia, di quelle tutte bionde e felici, che solo a guardarle ti viene voglia di essere biondo anche tu s e subito dopo ti rendi conto di quanto l’apparenza inganna!

Siamo ad una settimana dall’incidente e la ferita si fa più preoccupante tanto quanto il dolore al dente del giudizio di Carlo che inizia a insinuarsi tra un ibuprofeno e l’altro. La visita dal medico ormai è inevitabile. Ad ogni corsa in farmacia per una nuova garza intermezzo una capatina alla pasticceria per addolcire la sofferenza di Carlo con una badilata di alfajor, dolce tipico argentino, che qui raggiunge l’apoteosi.

Prima che Carlo si conclami convalescente in via ufficiale con tanto di prognosi medica, ci permettiamo una visita a Nono (da “nunu” che significa tetta di donna). Qui il Museo Rocsen, uno dei più interessanti mai visti. Una raccolta di oggetti iniziata oltre cinquant’anni fa, che è diventata una esposizione che si dispiega per oltre mille metri quadri tra fossili, feti, carrozze, vecchie Ford…Una locura per la meticolosità della catalogazione, una follia per il solo vedere così tanta materia tutta insieme; raccolto dei viaggi, degli scambi, degli studi, di un oggi ultra ottantenne che gestisce con la sua famiglia l’intera macchina, 365 giorni all’anno dalle nove del mattino fino al tramonto.

Si esaurisce la settimana di riposo forzato e arriva il momento di tornare a Buenos Aires. Accolti da un caldo insostenibile, tipo Italia estate 2003, ritroviamo una città diversa da un mese fa. Un’amica ormai diventata molto cara, Martina, la psicologa senza Frontiere, Bruno, l’amico ritrovatodall’ormai lontano Rio delle Amazzoni e rientrato in patria argentina per nazionalizzarsi italiano, un corcertone di cumbia e ranchera alla messico-colombiana dei Los Paquitos, argentini doc.

Quasi non si riconoscono le strade dall’esplosione di verde e quasi non si riconoscono i porteñi così tanto gioviali e leggeri di prima. L’aria si è fatta un pochino più pesante su diversi fronti. Il mito (molto italiano)della ripresa argentina, si ridimensiona e il malessere di una metà della popolazione, emerge in manifestazioni contro la Kichner, l’inflazione, l’embargo e la scarsa sicurezza sulle strade. Una sollevazione apparentemente pacifica, ma che si è rivelata violenta nelle parole e nei gesti. Una sollevazione trasversale che smentisce il panegirico alla Vendola sul fantomatico benessere del popolo argentino malgrado l’inflazione alle stelle tanto negata dalla Presidenta. E poi una dentista che magistralmente estrae il giudizio a Carlo in meno di cinque minuti e dopo due giorni ci rendiamo conto che ne ha lasciato una metà ancora lì a macerare. Cagna!!!e ancora la ricerca disperata di monetine per il bus che tutti ti negano (del resto da non residente non hai diritto a un abbonamento né giornaliero né settimanale).

Insomma questa Buenos Aires la sentiamo intensa, non esagero nel dire che ci sentiamo proprio a casa…

 

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One Comment

sera

November 24th, 2012

carissimi..leggo ora con piacere ed emozione le vostre giornate…primo: che strano e peccato l’ evento Mendoza..vi avrebbe catturato e avreste trovato quella arte un po ovunque..secondo: pure io e Fra siamo stati qualche giorno a nono ed al museo…da vedere per capire è?! e da Mendoza su al passo del inca e abbiamo camminato verso il Cerro fino al ponte-limite..e le bancarelle…vi abbraccio Lisa (Pellegra)

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